sabato 6 giugno 2009

la peggiore Italia

Il titolo me l’ha suggerito Indro Montanelli, che raccontava l’epoca del primo berlusconismo, quello del 2001, paragonato dal nostro grande giornalista come peggiore dello stesso fascismo. E Montanelli non ha avuto modo di vedere l’Italia di oggi.
Vorrei riportare stralci dell’ultimo libro del prof. Sartori, che delineano in maniera netta e raggelante il sistema di governo che si è instaurato in Italia. Nessun commento, bastano le parole del politologo.
Dopo le elezioni idilliache volute e pesantemente perdute da Veltroni, l’idillio è presto finito e la sinistra torna ad accusare Berlusconi di intenzioni dittatoriali e anche di essere già un dittatore in pectore. Ma «dittatura» non deve essere usato a vanvera. Per lungo tempo il termine è stato inteso nel suo antico significato romano, un significato del quale ci dobbiamo dimenticare. Perché oggi «dittatura» denota una fattispecie che si è affermata tra le due guerre mondiali, che in quegli anni ha largamente travolto le democrazie parlamentari, che a sua volta è stata travolta dalla sconfitta bellica del nazi-fascismo e che purtuttavia resta viva e vegeta, sotto mentite spoglie, in giro per il mondo.
Visto che molti non lo sanno, importa ricordare che le democrazie dell’Ottocento sono già cadute una prima volta. Agli inizi degli anni Venti il regime sovietico era già dittatoriale e tutti gli Stati comunisti sono stati tali finché sono durati. Il camuffamento fu solo di dichiararli «dittature del proletariato »; dizione che Marx usò di rado e a casaccio, per poi essere reclamizzata dal marxismo-leninismo. Ma era, ed è, una nozione assurda. Una dittatura collettiva di una intera classe, o anche di un demos nel suo insieme, non ha alcun senso. E se qualcuno ricorda, a questo proposito, che i costituenti americani, e poi Tocqueville e John Stuart Mill, usarono la dizione «dittatura della maggioranza», quel qualcuno ricorda male: quei signori non dissero mai dittatura ma tirannide, «tirannide della maggioranza».
La precisazione è, allora, che le dittature degli anni ’20-40 si gloriavano di essere tali. Abbattevano, a loro dire, una democrazia spregevole, una plutocrazia corrotta e un governo imbelle, incapace di assicurare l’ordine e di contrastare il caos rivoluzionario dei «rossi». In quegli anni l’Inghilterra resse e anche la Francia; ma Italia, Germania, Spagna, Portogallo e quasi tutta l’Europa dell’Est (salvo la Cecoslovacchia) passarono sotto il tallone di dittatori o di monarchi-dittatori. Il punto è che in quegli anni le dittature si consideravano regimi legittimi che «superavano » le democrazie. Oggi le nostre democrazie sono di nuovo in perdita di credibilità. Ma reggono anche perché il principio indiscusso di legittimità del nostro tempo è (teocrazie a parte) che il potere viene dal basso, che si deve fondare sul consenso e sulla libera espressione della volontà popolare. Il che rende le dittature regimi «cattivi», regimi illegittimi.
E questa è la grossa differenza che al giorno d’oggi non consente più alle dittature di esibirsi come tali e di presentarsi come superamenti delle democrazie. Oggi le dittature sono endemiche in Africa e abbondano in gran parte del mondo. Ma sono dittature camuffate, che smentiscono di essere tali e fingono di essere democrazie o quantomeno regimi in corso di democratizzazione. Questa è una importante differenza rispetto alle dittature fasciste, naziste e comuniste di settanta anni fa. E anche una differenza che ci impone più che mai di stabilire cosa sia una dittatura anche se e quando si camuffa. In prima approssimazione la dittatura è potere concentrato in una sola persona. Per così dire, la dittatura è del dittatore, un signore (anche donna, s’intende) legibus solutus che non è sottoposto a leggi e che usa le leggi per sottoporre i sudditi al suo volere. Al che viene opposto che sono anche esistite «dittature collegiali» e cioè gestite da una piccolissima oligarchia. Sì, tale è stata dopo la morte di Stalin la formula adottata nell’Unione Sovietica.
Ma fu soprattutto una formula salva vita (che non salvò la vita di Beria, ma che consentì a tutti gli altri membri del politburo moscovita di morire nel proprio letto). Comunque sia, la dittatura collegiale, che oggi vige soprattutto in Cina, resta una anomalia di alcuni regimi comunisti. Una anomalia spesso più apparente che reale e che comunque non basta a inficiare la caratterizzazione «personalistica» delle dittature. Che passo a definire così: un regime di potere assoluto e concentrato in una sola persona, nel quale il diritto è sottomesso alla forza. La sostanza delle dittature è e resta questa. Ma la strategia della loro creazione è cambiata. Prima il dittatore abrogava senza infingimenti la Costituzione preesistente. Senza arrivare al caso limite di Hitler che dichiarava «la Costituzione sono io», il dittatore del secolo scorso eliminava platealmente le camere elettive e istituiva scopertamente strutture di comando a suo uso e consumo. Oggi, invece, il dittatore si infiltra gradualmente e senza troppo parere nelle istituzioni democratiche preesistenti e le svuota dall’interno. Una prima incarnazione di questa strategia furono le «democrazie popolari» inventate nel secondo dopoguerra dal Cremlino per i Paesi dell’Europa dell’Est restati nella zona di influenza sovietica.
Ma in quel caso il camuffamento fu soltanto nella denominazione, nel nome. L’accettazione, nella cosiddetta democrazia popolare, di partitini satelliti era soltanto una cortina fumogena dietro la quale il bastone di comando restava interamente in mano del partito comunista di ogni Paese. Ma oggi la strategia di conquista dittatoriale delle democrazie è graduale e molto più raffinata. È una strategia che sviluppa «Costituzioni incostituzionali » e cioè che ne elimina senza dare nell’occhio le strutture garantistiche. Il costituzionalismo è tale nella misura in cui istituisce poteri controbilancianti che si limitano e controllano a vicenda. Quando è così i cittadini sono garantiti dall’abuso di potere e sono comunque in condizione di difendere e di affermare la loro libertà. Quando non è più così, le Costituzioni diventano semplicemente qualsiasi forma, qualsiasi struttura, che ogni Stato si dà. Con tanti saluti, in tal caso, alle libertà del cittadino. Riassumo così: oggi le dittature sono Stati caratterizzati, dicevo, da Costituzioni incostituzionali, Stati la cui forma (Costituzione) consente e autorizza un esercizio concentrato e incontrollato del potere politico.
Nessuno si dichiara più dittatore. Tutti fanno finta di non esserlo. Ma lo sono. Arrivo a Silvio Berlusconi. È un dittatore? No: non viola la Costituzione. Lo può diventare? Sì, le riforme costituzionali che caldeggia sono tutte intese a depotenziare e fagocitare i contropoteri che lo intralciano. Ma vuole davvero diventare un dittatore? Qui dobbiamo rispondere a naso, a fiuto. A mio fiuto, a Berlusconi interessa semplicemente fare quello che vuole. Si ritiene bravissimo ed è a questo titolo che pretende a mano libera, che mal sopporta chi lo frena. Però è vero che la sua megalomania sta crescendo, che esibisce un complesso di persecuzione addirittura nei confronti dei media (tutta la televisione che gli spara contro! Figurarsi). Il che depone male. Eppure a tutt’oggi il personaggio resta, a mio vedere, soprattutto quello di un padrone autoritario. Congetture a parte, nei suoi due precedenti periodi di governo Berlusconi si è impegnato a salvare se stesso dalla magistratura e a corazzare un impero tutto intriso di conflitti e di abusi di interesse.
Questa volta su questo fronte è oramai tranquillo. E si è così dato a costruire, all’interno di Palazzo Chigi, e della sua personale sfera di potere, un sultanato. Mi sono divertito a battezzarlo così perché il termine (islamico) è evocativo, insieme, di fasto e di potere dispotico. Il fatto è che Berlusconi concede a Bossi quel che Bossi vuole (federalismo e due ministeri chiave) e concede qualche contentino anche a Fini (promosso a presidente della Camera per meglio rimuoverlo da An). Dopodiché il Cavaliere sultaneggia su un partito cartaceo davvero prostrato ai suoi piedi. Nomina ministri e ministre chi vuole. Caccia chi vuole, come se fosse personale di servizio. Nessuno fiata. I ministri del partito di sua proprietà sono tali per grazia ricevuta. E tornano a casa senza nemmeno un gemito se così decide il padrone. Non manca, nel suo governo, nemmeno un gradevole harem di belle donne. Il sultanato era un po’ così.

domenica 17 maggio 2009

elogio della bruttezza

Giorno 15 maggio, dopo mesi e mesi di preparazione mediatica, è stata inaugurata a Librino la porta della bellezza, altro faraonico progetto di Antonio Presti e della sua associazione Fiumara d’arte. Trovare paginoni dedicati da La Sicilia a eventi, personaggi, storie tutte in positivo, senza che queste siano pagate da terzi e sulla stessa linea editoriale incontrare radio, tv e giornali (persino quelli militanti e d’opposizione) tutti allineati al Prestipensiero mi ha spinto a cercare oltre, perché ho sempre avuto timore di quelle storie raccontate da tutti, sinistra/destra, laici/cattolici, uomo della strada/intellettuale, allo stesso modo, con le stesse parole.
Comprendo che parlarne in maniera negativa, oggi, sia la strada più impopolare da percorrere, ma ritengo un dovere raccontare i progetti di Presti in controcampo, dietro quella patina filantropica e paternalistica che avvolge ogni progetto che il nostro mecenate trapianta su Librino e sui ragazzi del quartiere.
Per alcuni anni ho lavorato ai progetti di Presti, a scuola da docente, e dopo un primo brivido di entusiasmo e di coinvolgimento passionale e idealistico, man mano che conoscevo tutti i passaggi realizzativi, i costi reali che ricadevano sulle scuole (sia economici che in risorse umane) e soprattutto la tangibile ricaduta sul territorio, sui ragazzi, sugli artisti e sull’associazione Fiumara ho iniziato a percepire che non si trattava di progetti per il quartiere ma progetti per Presti.
Potrei raccontare i notevoli sforzi delle scuole, lo stravolgimento delle attività didattiche a vantaggio di progetti talvolta davvero ridicoli (le 500 bandiere realizzate e installate lungo l’asse dei servizi, illeggibili per gli automobilisti e integre solo per qualche settimana e poi progressivamente distrutte e rovinate da vento e pioggia….) o più semplicemente troppo ambiziosi per essere davvero recepiti.
L’idea dell’arte come mezzo per superare distanze sociali, economiche e storiche fra le nostre periferie e il centro è qualcosa di idealmente positivo, la creazione di bellezza in un angolo del mondo brutto, sporco e cattivo dovrebbe riempire d’orgoglio e passione civile coloro che vivono, lavorano e credono in un futuro migliore per Librino e i suoi bambini, ragazzi. Però il modo in cui sono da sempre stati condotti questi progetti, dall’alto verso il basso, trapiantando modelli intellettualmente distanti e inintelligibili da chi è nato e cresciuto in questi luoghi, serve solo a cancellare dalla memoria collettiva le fogne a cielo aperto, la mancanza di spazi d’integrazione, i viali desolanti, l’urbanistica antisociale, l’illegalità più estrema e la marginalità di questi cittadini che rappresentano un ottimo serbatoio di voti e di consensi finalizzati sostanzialmente a mantenere il medesimo status quo.
Mi sono chiesto, in questi dieci anni di progetti di Presti, cosa è cambiato davvero a Librino? Dieci anni sono un tempo abbastanza lungo per misurare in termini di effettiva ricaduta la validità di idee per cambiare un quartiere. Nulla, non è cambiato nulla. Non sono cambiate le percentuali di dispersione scolastica, non è cambiato il tasso di microcriminalità minorile, non sono diminuiti gli eventi criminali, non è migliorato il quartiere e soprattutto la tanto ossessivamente ripetuta bellezza ha solo lambito queste strade, questi vialoni che sembrano infiniti e che non conducono più da nessuna parte. Ma non è cambiata soprattutto l’idea che i ragazzi hanno del quartiere, il modo di guardare i luoghi in cui vivono, le speranze, i sogni e le reali prospettive.
Dieci anni di scrittori, poeti, bandiere, spot, mattonelle e di spazi illimitati di visibilità per Presti più che per i bambini di Librino, talvolta neppure tanto consapevoli di ciò che andavano a svolgere, hanno trasformato questa annunciata rivoluzione incruenta in un carrozzone festante su cui salgono tutti, politici, giornalisti, dirigenti scolastici, artisti e i bambini come sfondo, quasi come fosse un tramonto patinato da cartolina. Poi la festa finisce, la porta sbiadisce, i politici vanno a contare i voti, i giornalisti a occuparsi di pubbliche relazioni, i dirigenti scolastici a progettare altre attività extracurriculari, e così tutti spariscono e restano solo i bambini cui nessuno può pretendere di insegnare la bellezza. Nessun artista, nessun Presti.
Mettere un po’ di colore artistico in un cavalcavia orribile è come incipriare il viso di una donna anziana, basta qualche ora e le rughe e gli anni ricompaiono più intense di prima.
Ho parlato con alcuni ragazzini che hanno partecipato all’inaugurazione, non ne ho trovato nessuno davvero entusiasta né del lavoro che hanno svolto per la bellezza né del risultato finale.
Forse a questi artisti si poteva chiedere di aprire scuole-bottega in cui insegnare un lavoro, si potevano chiedere ore e denaro per togliere concretamente i ragazzi dalla strada con progetti finalizzati alla creatività e alla consapevolezza dello studio e del lavoro come riscatto e rinascita sociale. Forse bisognerebbe tenere i riflettori accesi sul quartiere ogni maledetto giorno e non solo il 15 maggio. E la bellezza fiorirebbe da sola, dal basso, come ogni rivoluzione sociale che si rispetti.
Se tutto questo serve a trasmettere la bellezza, allora viva la sana bruttezza del quotidiano, la presunta bruttezza di quei bambini che nonostante tutto riescono a sorridere e a vedere nella vita il bello che nessuno gli impone di cercare. Un disegno non suggerito, uno sguardo poetico non copiato e tante piccole parole, spesso sgrammaticate, ma vere, concrete e profonde, unica porta non della bellezza ma per la bellezza. La bellezza che non scaturisce dalla bruttezza, ma che è il rovescio della stessa medaglia, per sognare un nuovo quartiere, domani ma non troppo.

domenica 3 maggio 2009

apriamo la soffitta

Dopo anni di collaborazioni a riviste, quotidiani e radio, sempre per passione civile e politica, ho deciso di aprire uno spazio in cui poter raccontare la mia città, e da Catania osservare e commentare in maniera libera e volutamente provocatoria e controcorrente la soporifera informazione che vorrebbe evitare di raccontare i fatti così come sono o che li racconta edulcorandoli, anestetizzandoli, rendendoli invisibili.
Queste pagine saranno sempre aperte a chiunque volesse aggiungere pensieri, riflessioni e lanciare temi o inchieste da condividere con i lettori, che mi auguro possano crescere nel tempo e arricchire così questo blog e dar voce quella parte di città che si sente in soffitta. E proprio dalla soffitta ho pensato che sia giusto osservare la città che scorre ma che si ingrotta, che fugge e sonnecchia avendo smarrito verità e cultura.
In soffitta spesso si trovano tesori di casa dimenticati, vecchi giocattoli, foto ingiallite e storie sotto la polvere. Questo è il mio intento, dissotterrare storie andate in soffitta troppo in fretta o togliere la polvere da eventi ormai irriconoscibili e tentare di restituire la giusta chiarezza.
E dalla piccola finestra di questa soffitta, da questa strana angolazione, da questo non luogo disegnare una nuova città. La nostra città. E non solo...