lunedì 25 gennaio 2010

la buona politica

L'affermazione alle primarie di Nichi Vendola ha il sapore di una lezione di politica del consenso coi fatti in opposizione alla politica delle segreterie e degli accordi di palazzo. L'articolo che segue da una lettura approfondita di questa anomalia proficua che dovrebbe essere d'esempio a chi ritiene che la politica è solo una somma di voti e percentuali, senza idee, cuore e lontano dagli uomini. Un monito anche verso coloro che in Sicilia hanno votato con disinvoltura traghettato il voto degli elettori di sinistra, in opposizione a Lombardo, e adesso si alleano con il governatore e contro ogni logica di buona politica.

Adesso, il giorno dopo la vittoria di Nichi Vendola, sembra che tutti lo avessero previsto, tranne che Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani. Se è vero che il segretario e la sua “balia” (Nichi dixit) hanno dimostrato di aver capito poco o nulla, non è esattamente così (anche senza contare la politica, nessun giornale, tranne il nostro aveva dato una indicazione su Vendola).

In realtà il successo del vendolismo parte da più lontano, e si spiega solo se si considerano tre fattori.
Il primo: il carisma particolarissimo e raro del governatore della Puglia (che D’Alema ribattezzava in modo sprezzante “Jacopo Ortis”, e che invece ha dimostrato di essere amato).
Secondo: l’accecamento di tutti gli oligarchi del centrosinistra (non vanno dimenticati i “dodici” partiti che si erano già iscritti a sostenere Francesco Boccia).
Terzo: le primarie hanno dimostrato ancora una volta tutto il loro potenziale “eversivo” quando si svolgono in condizioni chiare, senza risultati preconfezionati.
Sul “fattore V.” (come Vendola) abbiamo già scritto in questi giorni su il Fatto, ma occorre dire qualcosa di più. A partire dall’affermazione di Obama contro la potenza di fuoco dell’apparato della famiglia Clinton, si è simbolicamente ribaltato uno dei luoghi comuni della politica di fine novecento.

Ovvero: che le macchine organizzative cancellano sempre le individualità, che la potenza economico burocratica degli apparati sia invincibile. Obama ha dimostrato che nel tempo moderno, l’uso intelligente dei nuovi media, a partire dalla rete, permettono di ribaltare il gap tecnologico, esattamente come a fine ottocento i moderni partiti di massa mandarono in soffitta il vecchio liberalismo giolittiano.
L’esperienza della “Fabbrica di Nichi”, con i suoi giovani internauti entusiasti (e solo 30mila euro di budget per mobilitare 200mila persone!) mette un paletto anche in Italia.

Boccia aveva a disposizione tutte le armi tradizionali: i sei per tre in tutta la Puglia, il consenso di tutti i dirigenti locali, soldi e strutture di partito, un grandissimo comitato (vuoto), i suoi assistenti parlamentari (è deputato), e non è riuscito a raggiungere nemmeno il 30%.
Perché? La prima risposta è ancora quella di Obama. E’ finito il tempo dei candidati che tendono al leggendario centro, al moderatismo, ai colori pastello (e in definitiva al nulla).
Nel terzo millennio e nel tempo di internet, vincono le storie, o – come direbbe Vendola – “le narrazioni”. La storia di Vendola, figlio della Puglia, omosessuale, diverso, comunista, nato come dice lui “con le pezze al culo” e asceso alla leadership, è una storia in cui si può riconoscere anche una parte di elettorato di centrodestra, una storia che abbatte le ideologie malgrado la radicalità che esprime.

Il secondo aspetto è la coerenza: Vendola non è nato estremista per finire moderato, non ha contratto la malattia fatale di tanti post-comunisti italiani. Si candidò la prima volta con il suo orecchino, e la sua campagna choc (”Sovversivo”) ed è tornato da governatore proponendo la stessa radicalità: “Solo con(tro) tutti” (come recita un’altra geniale campagna della stessa agenzia, i creativi della Pro-forma).

Uno slogan così azzeccato che è finito su tutti i giornali e sulle bocche di tutti malgrado non ci fossero i soldi per comprare manifesti. La narrazione di un leader non tollera il lifting, ma ha bisogno vitale della coerenza.
Infine Vendola ha un naturale intuito per i simboli: i fuorisede che hanno fatto i master pagati dalla regione (”Bollenti spiriti”) che tornano con gli autobus non sono mille voti cammellati dai capibastone, ma contano molto di più perché diventano una iniezione di entusiasmo che mobilità e appassiona, un altro capitolo del romanzo. E’ per questo che le video-lettere di Vendola su Internet facevano più clamore dei comizi del segretario del Pd a favore di Boccia. Quanto a D’Alema (e al suo Bersani). Fino a ieri i giornali gli lasciavano passare frasi deliranti come: “Non ho mai perso una elezione”.

In realtà si fatica ricordare quand’è l’ultima volta che abbia vinto. Sconfitto come premier, sconfitto come bicameralista, battuto come candidato al Quirinale e alla presidenza della camera. I 200 voti pugliesi hanno dimostrato che l’unica cosa virtuale era lui, esattamente come i 500 mila del No-B-day hanno dimostrato che era virtuale il boicottaggio del Pd e reale la mobilitazione della gente.

D’Alema ha provato fino all’ultimo a far vincere Boccia confidando nel potere salvifico del suo carisma: ha portato il povero Bersani sul baratro imponendogli le sue scelte (che oggi si rivelano suicide). Siccome la rovina a cui il Pd sembra destinato se continua su questa strada non servirebbe a nessuno, sarebbe bello se questi leader potessero rinsavire.

Solo in una cosa sono coerenti: temono le primarie come la peste, perché sono il grimaldello che può scardinare le loro scelte di apparato.
Ecco perché la Puglia non è una bella storia locale o un episodio isolato, ma uno dei grandi terremoti – insieme alla manifestazione del popolo viola – che può far risorgere il centrosinistra soffocato dalla burocrazja. A patto che i suoi generali cambino. O che vengano cambiati i generali. (Luca Telese da Il Fatto quotidiano 25 gennaio 2010)

lunedì 11 gennaio 2010

dalla parte degli ultimi

Un altro sguardo su Rosarno, sulla miseria tragica di questi nuovi schiavi e sulla colpevole indifferenza di quegli uomini che hanno dimenticato parole come solidarietà e carità. Dimenticate dentro quelle chiese che hanno ormai smesso di stare dalla parte degli ultimi, sposando il potere e l'intolleranza. Per questa ragione l'articolo che troverete di seguito sembra portare dentro sé il respiro di un vangelo dimenticato ma che ha la rabbia necessaria per scuotere profondamente quell'amore verso il prossimo, archetipo di un cristianesimo disciolto da secoli di egoismi e paure di ogni diverso, per pelle, religione e orientamento sessuale.

E' domenica, giorno di festa ma anche di preghiera. E di riflessione. La città si sveglia un po' stordita, confusa e incerta. Le violenze dei giorni scorsi, la caccia all'emigrante che è proseguita ancora nella notte hanno lasciato il segno. Nella parte bassa di Rosarno, le ruspe dei vigili del fuoco sono già al lavoro. Smantellano con i loro lunghi bracci dentati le mura fatiscenti di Rognetta, il piccolo campo dove vivevano trecento immigrati africani. Nella parte alta, davanti al palazzo del Comune, spicca il Duomo. Sono le 10 e per la prima volta, dopo tante settimane, la chiesa torna a riempirsi di fedeli. I bambini, a decine, nelle prime file. Gli adulti, molti anziani, dietro. Sulla sinistra c'è ancora il presepe, la grotta, Giuseppe e Maria piegati su Gesù, il bue e l'asino. Sui nastri rossi che l'avvolgono ci sono parole che in queste ore acquistano ancora più valore. Solidarietà, tolleranza, rispetto, pace, uguaglianza. Don Pino Varrà, parroco di Rosarno, parte da lontano. Affronta la parabola del Vangelo dedicata al battesimo. La nascita, il riconoscimento ufficiale, l'eguaglianza di tutti i bambini di fronte a Dio. Parla ai più piccoli che gli siedono davanti. Parte da loro per arrivare agli altri. Che lo ascoltano, che intuiscono, che si aspettano qualcosa. Nelle ultime file sostano gli uomini del paese. Molti, in questi giorni, hanno partecipato alle violenze, hanno brandito bastoni e catene. Hanno dato man forte ai blocchi sulla statale per Gioia Tauro. Giù alla vecchia fabbrica di Rognetta e poi più in là, verso l'altro campo dei dannati, all'ex oleificio trasformato in un campo di disperati. Adesso sono qui. Cercano conforto e comprensione.
"Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano", spiega il sacerdote. "E in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani". Il parroco lascia l'altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con le mani il microfono. "Se ho un fratello in famiglia non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto". Allarga le braccia, sorride: "Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno". Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. "Lo vedete anche voi. Non c'è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica". I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. "Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati". E' il culmine dell'omelia. E' il momento dell'appello. E del rimprovero: "Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E' facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo".
Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono: "Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare". Il sacerdote indica il presepe: "Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli".
Il Duomo è avvolto da un silenzio pesante. Molti muovono nervosi le gambe. Don Pino è stato chiarissimo. Ha colpito nel segno. E' riuscito a scavare nell'animo della Rosarno ferita e confusa. "Non mi ero preparato alcuna omelia. Ho detto queste cose perché le sentivo. Perché mi sono state suggerite. Non da qualcuno tra voi. Ma da Dio. Potrò sembrarvi presuntuoso. Ma Dio, che ha assistito alle violenze di questi giorni, mi ha chiesto di dirle ai suoi figli. Figli come voi. Figli che hanno sbagliato e che vanno aiutati a non sbagliare più".
Repubblica.it, 11/01/10 D. Mastrogiacomo


sabato 9 gennaio 2010

sconforto

Voglio proporvi un articolo di Roberto Saviano uscito su Repubblica nel mese di maggio, che alla luce di quanto accaduto negli ultimi giorni è ancora purtroppo tremendamente attuale. Saviano ancora una volta si rivela un eccellente analista e un profondo conoscitore delle realtà meridionali. Leggetelo fino in fondo, poi ripensate ai commenti mediocri e qualunquisti che i nostri politici ci hanno propinato dalle passerelle dei tg..
Chi racconta che l'arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull'onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.
Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: "Ora basta" ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent'anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un'estorsione ma appena persa la scorta l'hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze.
Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L'obiettivo era attirare attenzione e dire: "Non osate mai più". Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le 'ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese.
La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l'inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell'edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio.
L'egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri - anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi - si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall'aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della 'ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti.
Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: "Non ci piegheremo", riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno.
E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L'agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro.
Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. "Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l'Italia" di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall'elementare desiderio di vivere.
L'omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l'inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l'Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all'estero.
Oggi, come le indagini dell'FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell'est in loro colonie d'investimento e come dimostra l'ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D'Avorio, dall'Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici).
E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall'Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai.
Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell'eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l'alleanza delle mafie italiane.
Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l'alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l'assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle "anime belle", come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi - insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo - è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d'Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L'Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.
Il coraggio dimenticato - Roberto Saviano, Repubblica 13 maggio 2009


mercoledì 30 dicembre 2009

2010

Auguri ai lettori di questo blog, che mi spingono a continuare a credere e a ricercare una via per l’informazione controcorrente.
Mi chiedo cosa vedremo il prossimo anno? Molto lo si può intuire, basta guardare le strane e anomale alleanze regionali o la perenne paralisi senza fine al comune, oppure osservando i disoccupati che silenziosamente continuano a crescere come aumenta l’illegalità spesso tollerata e alimentata da criminose scelte politiche. Si potrebbe continuare su questo percorso d’analisi ma è meglio non aggiungere altro perché ciò che vedremo lo continueremo a fare insieme, post dopo post, in questo diario scritto in soffitta. Alla ricerca di una città, di una regione e di un paese civili. E anche per il prossimo anno, auguri a noi tutti.

mercoledì 16 dicembre 2009

ricordare, ricordare

L'articolo che segue è di Claudio Fava e commenta in maniera efficace l'abbraccio mortale che potrebbe coinvolgere il centrosinistra siciliano, col bene placito di Bersani, e il governatore della Sicilia. Talvolta la sinistra ama farsi male da sola. Moretti docet. Buona lettura.

La memoria non è solo quella delle cose passate e perdute. E’ anche memoria degli uomini e dei loro gesti. La maledizione nostra è che di questa memoria non abbiamo nemmeno bisogno d’invocarne il furto: ce ne sbarazziamo da soli. L’offensiva di Berlusconi contro le inchieste siciliane di mafia, contro gli untori dell’antimafia e contro quegli infami dei pentiti non le abbiamo conosciute oggi per merito del pentito Spatuzza. Stavano già quindici anni fa sui giornali del cavaliere, in bocca ai suoi anchor man televisivi, appese come stelle filanti in ogni sua esibizione elettorale. Sembra invece che questo paese sia condannato a riavvolgere in eterno i nastri della propria storia, a ricominciare sempre daccapo nel difficile mestiere di capire perché.

Premessa necessaria per spiegare cosa sta accadendo in questi giorni in Sicilia. Detto in due parole: Raffaele Lombardo, governatore eletto da una coalizione di centrodestra, ha perso l’appoggio della sua maggioranza per questioni non proprio nobilissime (nomine di sottogoverno, assetti di potere, rimpasti d’assessori…). A tenere in piedi il suo governo ci pensano oggi una parte della PDL e il Partito Democratico, che si avvia vispo e giulivo verso l’appoggio esterno. Tranne poche eccezioni, dentro il PD chi si oppone lo fa perché a Lombardo preferirebbe un accordo con l’Udc. Cioè con Totò Cuffaro. Appena raggiunto da un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ora, qui non è in discussione la legittimità politica di queste operazioni: il PD in Sicilia la pensa in un modo; chi scrive, nel modo opposto: ma questa è un’altra storia. E’ in discussione semmai la nostra memoria. Memoria recente, memoria concreta. Che va messa al riparo anche dal corto circuito della tattica politica: altrimenti, di che stiamo a parlare? Quando, settimane fa, in Campania si mossero gli incrociatori della giustizia per passare al setaccio le raccomandazioni della famiglia Mastella, ci furono editoriali spietati per spiegare che quel mercimonio di favori era la morte civile della politica, il malvezzo da cui tutto il resto discende, le conigliette a casa di Berlusconi, le stragi del sabato sera, l’impunità dei camorristi e dei mafiosi, un milione di cassintegrati: tutto. Nessuno si rammentò di un articolo dell’Espresso che raccontava certe scritture private e segrete di Raffaele Lombardo, allora presidente della Provincia di Catania. Non erano pizzini: era un bel tabulato in formato excel su cui il presidente Lombardo aveva annotato con sommo scrupolo tutte le regalìe, i favori e le affettuosità che aveva prodotto la sua amministrazione. Più che un promemoria sembrava un censimento: nome e cognome del beneficato, l’amico che raccomandava, la data, il favore richiesto, l’esito della supplica. Si scoprì che molte raccomandazioni arrivavano anche da sinistra (che tanto, si sa, teniamo tutti famiglia). Si seppe che erano state esaudite anche richieste più corpose di un’assunzione: che so, un certo appalto a una società, un certo incarico a una cooperativa… Dal palazzo di giustizia di Catania non si mossero gli incrociatori e nemmeno i pedalò. Nessuna inchiesta, nessuna domanda, nessun dubbio. Al massimo, il sapore compiaciuto di certi commenti, l’ammirazione per una furbizia che s’era fatta sistema, per quelle schedature che in campagna elettorale valevano oro, argento e mirra…

Oggi, per dar una verniciata di nobiltà agli scontri interni alla sua maggioranza, oggi se la prende con “il contesto politico ed economico nazionale sempre più sbilanciato verso gli interessi del Nord”: ma parliamo dello stesso Lombardo che appena un anno fa aveva affratellato i suoi valori a quelli della Lega? Il fustigatore che oggi se la prende con un governo strabico e ottuso è il medesimo Raffaele Lombardo che s’è fatto la campagna elettorale girando a braccetto con Calderoli? Parliamo o no dello stesso raffinato politico che organizza i defilè in piazza Montecitorio con il modellino gonfiabile del ponte sullo stretto, opera – dice il Lombardo – di primaria e insopprimibile urgenza per la Sicilia? E i suoi principali sponsor tra le file della maggioranza, gli onorevoli Gianfranco Miccichè & Marcello Dell’Utri, sono solo omonimi di quei due?

No, nessuna omonimia. Del resto, l’inciucio palermitano aveva avuto la sua prova generale sei mesi fa a Termini Imerese, quando a sostenere il candidato sindaco di centrodestra sul palco dei comizi si alternarono a lungo Raffaele Lombardo, Gianfranco Miccichè e Beppe Lumia. Oggi l’inciucio si chiama, con una sfumatura gogoliana, “appoggio esterno”. Un’operazione di alto calibro politico nell’interesse superiore dei siciliani, delle riforme, dello sviluppo e via recitando. Nessuna obiezione. Ma un prezzo da pagare, c’è: la nostra memoria. Su Lombardo, su Miccichè, su Dell’Utri. Venuti al mondo solo adesso, immacolati come santa Rosalia, martiri come sant’Agata. Basta crederci.

(Claudio Fava - L'Unità 12 dicembre 2009)