mercoledì 15 dicembre 2010

martedì 7 dicembre 2010

per la precisione

Pubblichiamo uno splendido articolo di Adriano Sofri su Repubblica di oggi, un soffio di vento nel caos di pregiudizi e ignoranza che sembra ormai essere l'unico abito del nostro Paese.

Ogni persona, di origine italiana o straniera, dev'essere sempre giudicata singolarmente, per quello che è. È la più ovvia delle frasi.
L'ha pronunciata ieri il cardinale arcivescovo di Milano. Ci sono momenti in cui non ripetere le parole più ovvie diventa una viltà. Sia risparmiato alla nostra generazione il ritorno di quei momenti, se già non ci siamo.
Scrivo mentre le notizie sull'indagine per la scomparsa della piccola Yara si fanno incerte, e vengono in dubbio i sospetti sul giovane arrestato. E si riaccende una speranza per lei, che è la cosa più importante. Se i sospetti su un presunto colpevole sono stati precipitosamente trattati come certezze, anche della sorte peggiore di Yara si potrà dubitare.
Ci sarà tempo per riflettere. Ma qualcosa è già successo e se ne può misurare la tristezza. È successo ancora una volta che a un evento terribile - la paura di un evento terribile, e la convinzione che si fosse consumato - siamo stati tentati di reagire, prima che nelle manifestazioni esteriori nei nostri stessi sentimenti intimi, trasferendo il dolore per la vittima, la compassione con i suoi e la ripugnanza per i suoi carnefici, nell'ansia per le conseguenze civili e perfino politiche dell'imputazione di uno straniero. Un simile trasferimento è anche un modo di attutire e sfogare la commozione, ma è soprattutto la misura di un guasto che ci va rosicchiando dentro. Dentro quelli fra noi che corrono a gridare minacce di furia cieca o calcolata, e anche dentro chi ne è spaventato e si affanna ad arginarne i danni. Così ci si trova subito a ripetere pensieri di desolata ovvietà, che ad Avetrana e in mille altri inferni la brutalità è indigena e domestica, che l'infamia umana non ha colore.
Ci sono state però dall'inizio, in questa storia angosciosa, cose diverse e degne di ammirazione e di considerazione. Prima di tutto l'atteggiamento di una famiglia, che ha rigettato ogni sfogo vendicativo, e tanto più quelli esibiti per conto terzi; e si è limpidamente sottratta allo spettacolo della propria sofferenza. Dunque questo può avvenire, e i media possono prenderne atto. È successo anche che il sindaco (leghista, ma è appena un dettaglio) di una comunità colpita abbia dato un chiaro sostegno a questo atteggiamento della famiglia, e abbia messo al bando i propositi razzisti, xenofobi e linciatori. Chi ha avuto una gran fretta di pronunciare parole orrende di odio violenza e - non ultima - imbecillità, non ha potuto farlo in nome delle vittime o di una comunità. Solo in conto della propria violenza, odio e, non ultima, imbecillità.
Adesso aspettiamo. Restituendo ai sentimenti e ai pensieri dell'attesa il loro ordine naturale. Cominciando dalla trepidazione per una creatura cui il mondo dovrebbe essere solo promettente, e dalla simpatia per i suoi. E poi pensando al prezzo che paga un paese indotto a chiedersi di colpo, di fronte a un sequestro, uno stupro, un assassinio, una sciagura stradale, se il sequestratore, il violentatore, l'assassino, il guidatore sciagurato, sia italiano o no, e a compiacersi che lo sia o pregare che non lo sia. È una questione morale, psicologica, civile, ed è per eccellenza una questione politica. Una questione banalmente culturale, anche. Perché a distanza di un paio di generazioni dall'avvento della questione migratoria forse bisognerebbe contare di più sulla capacità di tradurre affidabilmente dall'arabo la preghiera: "Allah mi protegga" o "Allah mi perdoni".

lunedì 29 novembre 2010

complicità

La denuncia di Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana, sulla forza della mafia a Catania, sul carattere imprenditoriale e sulle infiltrazioni tra il lecito e l'illecito, ci spinge a una riflessione ulteriore. Una riflessione banale: ma com'è possibile che ciò che è visibile a tutti non è visibile alla magistratura inquirente? Com'è possibile che ciò che si denuncia da anni dall'informazione libera e dalla politica non collusa non possa essere visibile al resto della città? Le risposte è inutile cercarle, sono quelle sì chiare ed evidenti a tutti. Catania è una città che vive sull'illegalità e tanta parte dei suoi abitanti vivono e lavorano direttamente e indirettamente con la mafia. A danno della parte onesta e perbene. A danno del futuro. Se futuro avrà mai una città che ha perduto una giusta rotta. Gli affari hanno da sempre bisogno di silenzio.

mercoledì 3 novembre 2010

osmosi

Da quando abbiamo iniziato a costruire questo blog, sin dai primi post, abbiamo sempre messo in luce il lato oscuro di Catania, quel cono d'ombra che rende invisibile e occulta la mafia dentro la politica e l'imprenditoria creando un unico blocco di potere e di controllo del territorio. I recenti arresti in città e su tutto il terriotorio nazionale, a seguito delle indagini pluriennali del Ros, hanno portato alla luce ciò che noi, ovviamente non solo noi, abbiamo sempre denunciato. La città e la sua anima nera convivono e si strizzano l'occhio da sempre, mescolando e confondendo alta borghesia, professionisti e politici coi mafiosi e viceversa, costruendo e disfacendo progetti e sviluppo in una terra disperata e con pochissime prospettive di rinascita. Abbiamo sempre scritto che i tempi della giustizia sono più lenti dei tempi della politica e l'unico modo che si ha per voltare pagina davvero sarebbero le elezioni, dalle amministrative alle politiche. Sarebbe appunto questa la strada maestra, sarebbe il percorso del riscatto e della riappropriazione della dignità civile ferita. E invece, tutto ritornerà nel silenzio. Processo dopo processo, elezione dopo elezione, l'affarismo continuerà a trionfare. E poi tutti in fila la domenica dentro il prossimo nuovo mega centro commerciale. A spingere un carrello, sempre più vuoto.

martedì 2 novembre 2010

mi vergogno

In questi giorni si continua ad assistere a indecorose affermazioni su vicende che in nessun paese civile vedrebbero coinvolto il primo ministro senza conseguenze politiche, istituzionali e giudiziarie. Ma l'Italia sembra riuscire a smaltire di tutto, come le discariche del parco vesuviano. Pubblichiamo la civile video-lettera di Vendola, in risposta a tanto insopportabile squallore...una reazione che tenta di restituire dignità a quei tanti italiani che sono nauseati da un presidente del consiglio che da pessimo attore da avanspettacolo inizia a trasformarsi in epigono dei peggiori monarchi assoluti, senza neanche un Mazzarino a consigliare.