sabato 19 maggio 2012

prima pagina

La strage di Brindisi, straziante, fa ritornare la scuola il centro nevralgico delle notizie dei media. Triste pensarlo ma si parla della scuola, dei ragazzi e di tutto il mondo che gira intorno solo in casi così estremi. O in pochi altri casi, bizzari. Poi il silenzio e la scure dei tagli. Una società che dimentica colpevolmente la scuola è una società destina a morire, civilmente. Spesso, le scuole rappresentano l'ultimo avamposto educativo e di contrapposizione alle mafie, al malaffare, alla malapolitica. Bufalino amava dire che per combattere la mafia occorrevano più maestri che esercito, ma i nostri ministri ritengono che la scuola sia solo un luogo in cui operare economie, non il luogo principe della formazione di idee e culture.
Colpire la scuola e i suoi studenti è un atto vile, ma emarginare le scuole particolarmente quelle periferiche è un atto infame e di collusione mafiosa. Vedrete qualche giorno ancora e poi la scuola ritornerà a occupare le pagine di economia e di cronaca locale, mostrandone spesso le deformazioni.
Ogni tanto le bombe risvegliano le coscienze, fu così per quelle di Capaci e di via D'Amelio. O distolgono l'attenzione. Dobbiamo comprendere quale sarà oggi la nostra strada. E la nostra storia. 

sabato 17 marzo 2012

frettolosamente

Pubblichiamo un articolo comparso stamani su Repubblica di Michele Serra, una riflessione sui nuovi mezzi di comunicazione di massa e su Twitter in particolare. Per ritornare a ragionare, senza fretta...

L'altro giorno ho scritto un corsivo contro il sensazionalismo urlato della stampa italiana. Pochi commenti, quasi tutti favorevoli. Il giorno successivo (ieri) ho scritto un corsivo contro il cicaleccio sincopato di Twitter. Moltissimi commenti, quasi tutti ostili. Prima di replicare alle critiche, è interessante rilevare questo: attaccare il linguaggio dei giornali equivale, oggi, a sfondare una porta aperta. Non provoca reazioni corporative, nonostante quella dei giornalisti sia certamente una corporazione, forse perfino una casta. Al contrario, esprimere dubbi su Twitter suscita una reazione veemente e compatta dei suoi utenti. Soprattutto su Twitter, ovviamente.
Come se in discussione non fosse un medium, ma una comunità di persone. La sua identità collettiva. Circostanza che solleva dubbi su uno dei principali argomenti dei difensori di Twitter: è solo un medium, non conta in sé, conta l'uso che se ne fa. Anche la carta stampata è solo un medium: infatti parlarne male è esercizio corrente, e condiviso perfino da chi di quel medium fa un uso quotidiano e addirittura professionale. Il cosiddetto "popolo del web" ha invece di sé un alto concetto. Se mi posso permettere: leggermente troppo alto. Quasi snob, mi verrebbe da dire per vendicarmi dell'accusa che spesso viene rivolta a chi critica le abitudini di massa...
In realtà entrambe le mie "Amache" - quella contro i giornali, quella contro Twitter - trattavano lo stesso tema: l'uso frettoloso
e impulsivo della parola. La prevalenza dell'emotività sul ragionamento. Nel caso di Twitter sostenevo che fosse la formula di quel medium (brevità più velocità) a scoraggiare un pensiero più strutturato e più adulto. Ovviamente, solo un luddista o uno stupido può negare l'enorme funzione che Twitter, e più in generale internet, esercita sulla vita sociale del pianeta Terra: l'esempio classico è il ruolo che queste forme di comunicazione veloce, pervasiva e soprattutto difficilmente censurabile hanno avuto nei movimenti di democrazia nei paesi arabi e in Iran. Il mio rilievo, che provo a riformulare, è però tutt'altro. E' che quei medium hanno sì una formidabile funzione di servizio, di messa a fuoco di argomenti omessi o rimossi sui media "ufficiali". Ma contengono anche una tentazione esiziale, che è quella del giudizio sommario, della fesseria eletta a sentenza apodittica, del pulpito facile da occupare con zero fatica e spesso zero autorevolezza.
La parola - e questa è ovviamente solo una mia opinione - non deve rispondere solo all'ossessione di comunicare (la comunicazione sta diventando il feticcio della nostra epoca). La parola dovrebbe servire ad aggiungere qualcosa, a migliorare il già detto. Alla comunicazione bastano gli slogan. Alla cultura serve il ragionamento. Non per caso la conclusione del mio corsivo era questa: "se usassi Twitter, direi che Twitter mi fa schifo. Fortunatamente non twitto". Traduzione per i parecchi che non hanno capito, e difatti hanno scritto "a Serra fa schifo Twitter": ci sono cose, per esempio il mio giudizio su Twitter, che non possono essere dette su Twitter. Perché ci sono cose che sono complesse e addirittura complicate, e dunque irriducibili alle pochissime parole che Twitter concede.
I miei critici (tra i tanti ringrazio, per l'intelligenza dei rilievi che mi muovono, Luca Sofri e i blogger Fabio Chiusi e Davide Bennato) negano che il medium sia il messaggio, fanno notare che la tecnologia non determina alcunché, ma suggerisce occasioni e apre possibilità e mi accusano di passatismo. Accetto le critiche: è vero che gli anni passano per tutti, anche per me, ed è fortemente possibile che io esasperi i difetti di Twitter (superficialità, ansia di visibilità) e ne sottovaluti i vantaggi (sintesi, velocità, accessibilità, simultaneità del dibattito). Le accetto, le critiche. Ma in cambio mi piacerebbe molto che questa breve lite mediatica servisse anche a chi twitta. Servisse a capire che il rispetto delle parole, anche sui nuovi media, è almeno altrettanto importante dell'urgenza-obbligo-smania di "comunicare". Per comunicare basta scrivere "io esisto". Per scrivere, spesso è necessario dimenticarlo.

domenica 12 febbraio 2012

mediocrisia

C'è una crisi nel nostro Paese più persistente di quella economica, una crisi trasversale che ha compresso il pensiero e le speranze. La crisi della cultura, delle opinioni e della possibilità di un reale cambiamento della società. Ci sono voluti decenni, credo che tutto sia partito in sordina dalla fine degli anni '70, ma la scuola di massa e i tagli esponenziali operati, l'università dei quiz e con gli esami a numero di pagine ingerite, la scomparsa della classe intellettuale vera e la televisione divenuto unico oggetto informativo delle famiglie ha spento ad ogni livello la capacità del dissenso, di avere idee libere e non veicolate. Come diceva Gaber parlando del conformista "pensa solo per sentito dire", un'acuta affermazione che dilaga sempre in maniera crescente. Si straparla su tutto e tutti, nella mediocrità non certamente aurea, diventano esperti di ogni settore, dall'economia alla finanza, dalla criminologia al diritto, passando con la stessa superficialità come se si dovesse parlare della formazione di calcio per la prossima partita. Le chicchiere da bar innalzate a opinioni, le quattro pagine lette a tuttologia. Un'ignoranza strisciante ormai ben celata che fa del nostro paese (anche se purtroppo credo che non riguardi solo l'Italia) una terra di incultura stratificata che mostra gravi ripercussioni e derive che vanno verso l'antipolitica qualunquistica e il razzismo sociale. Questo è l'humus ideale del fascismo magari non quello del ventennio ma in queste forme di controllo dei popoli da parte di tecnocrati, banche con la complicità della politica ormai sradicata dalla società ma forte del consenso non ideologico ma opportunistico. Basta fare due passi in uno dei centri commerciali delle nostre città, magari il sabato pomeriggio, per comprendere appieno come queste trasformazioni sembrano ormai aver sconquassato la società in maniera irreversibile. Si mangia come in una mensa aziendale, i libri vicino al reparto frutta e ore passate a guardare inebetiti tavolette digitali o a sfiorare cellulari. Nemmeno Pasolini avrebbe immaginato una simile apocalisse antropologica. Eppure questa è la nuova classe sociale, la mediocrisia, immensa, incastrata tra i poveri delle periferie metropolitane e gli arciricchi sempre in plancia di comando.

domenica 29 gennaio 2012

non ci sto

Se ne è andato il presidente Scalfaro, un uomo d'altri tempi, non solo per ragioni anagrafiche. Presidente della Repubblica in un periodo buio per il nostro paese, dalle stragi di mafia a Berlusconi. Un uomo che parlava in maniera forbita, con un linguaggio asciutto che sapeva di democristiano ma di un democristiano perbene, di quelli che hanno ricostruito l'Italia repubblicana dalle fondamenta. La parte rispettabile del partito degli Andreotti, Forlani, Lima.
L'ultimo ricordo che ho di questo uomo politico è la sua discesa in campo in difesa della costituzione dagli odiosi attacchi del berlusconismo. Già novantenne, in piazze gremite, con la sua elegante sciarpa e nello sguardo l'orgoglio di sentirsi dalla parte giusta. Dalla parte degli italiani, perbene.

giovedì 19 gennaio 2012

inforconati

Non mi è mai piaciuto quando un movimento di parte decide, per convenienza, di parlare a nome di tutti. Mai. Sentire che il blocco selvaggio dei tir per mano del movimento dei forconi è nato e opera per il bene del popolo siciliano, mi fa sentire fuori posto. Ma per conto di quale popolo parlano? A me sembrano gli stessi  che hanno sostenuto e sono stati difesi dalle classe politica regionale degli ultimi venti anni. Un misto di nostalgico autonomismo, qualunquismo e populismo. Io non mi sento rappresentato da questo movimento di cui non condivido il metodo di lotta e l'analisi politico-economica che portano avanti. In questa confusione, in questa vacanza della politica, in questa crisi permanente economica e sociale, chiunque alzi la voce sembra stare dalla parte giusta. Gli urlatori verso tutto e tutti mi sanno di fascismo, peraltro mai davvero andato via dal nostro paese. Si potrebbe innescare una tragica guerra tra poveri, senza fine. E qualcuno, magari in Padania, già conteggia i futuri guadagni da questo insensato autogol del movimento.

lunedì 9 gennaio 2012

due secoli indietro

La crisi economica globale non ha trovato soluzioni, infinite discordanti diagnosi ma nessuna vera risposta. Gli economisti su una cosa sono concordi: questa è l'occasione giusta per smantellare, pezzo a pezzo, lo stato sociale di ogni paese occidentale.
Una buona scusa che da circa trent'anni hanno atteso con sapiente pazienza finanzieri, speculatori, politici e affaristi e avidi imprenditori. Una controriforma che riporta le lancette del tempo in un'età lontana dalle conquiste sociali, in epoche di sfruttamento del lavoro a totale vantaggio del capitale.
Precarietà e paura di perdere il lavoro sono i nuovi strumenti di ricatto ai danni dei lavoratori.
Da questa crisi ne usciremo, poveri non di soldi ma di diritti.
Gli incontri dei G (8...9....29..) assomigliano sempre più a tanti congressi di Vienna, in cui restaurare un sistema economico dal sapore preindustriale.
Siamo sicuri che ne valga la pena? E' questo il giusto prezzo? Io non credo.
Pochi sembrano convinti che si possa fermare questa valanga che il capitalismo ha provocato. Eppure ancora si è in tempo, ancora per poco. Poi goodbye Welfare State.

venerdì 23 dicembre 2011

regalo di natale

Il nostro regalo a tutti i lettori del blog...

martedì 13 dicembre 2011

siculismi

Ci sono delle politiche concrete che incentivano il passaggio verso consumi energetici più sostenibili e a costi ridotti. Politiche di investimenti pubblici verso fonti rinnovabili o energie più pulite. Attraverso queste scelte d'investimento si giudicano i politici. Quelli siciliani, autonomisti a parole ed ecologisti al bar, non spendono un euro per queste politiche, da sempre. Eolico a parte, con decine di inchieste aperte. Persino gli incentivi per i mezzi a metano né le riduzioni di bollo, tasse di competenza regionale, hanno mai visto luce nella nostra regione. E abbiamo tre grandi raffinerie di petrolio che inquinano da decenni, senza aver mai avuto una giusta compensazione per i cittadini. Forse sarebbe meglio restituire l'autonomia, fino a quando non ce la meriteremo. Magari incartati coi politici che ci ostiniamo a eleggere per farci rappresentare.

lunedì 12 dicembre 2011

il viso dell'arroganza

Ci sono molteplici modi per sentire il peso del potere, di quella casta di intoccabili che credono ancora di essere nobili dell'ancien régime, solo privilegi senza diritti e, soprattutto, senza vergogne. In questo video, messo a disposizione dai ragazzi della Fabbrica di Nichi di Comiso, viene ripresa la corsa di alcune Ferrari nella pista dell'aeroporto di Comiso, non ancora aperto al traffico e al pubblico. Come una pista di automobiline per bambini. Un gioco che è come uno schiaffo per tutti coloro che da anni attendono che apra la pista per tutti, per il giusto uso che deve avere una pista d'aeroporto. Un giusto uso. E quale dovrebbe essere, dunque, il giusto uso per un sindaco che ritiene che quella pista non sia cosa pubblica ma solo cosa privata? Ogni siciliano saprà dare la giusta risposta, speriamo. E a voi lettori del blog, buona visione dell'arroganza.

lunedì 5 dicembre 2011

senza sinistra

Le ultime cose di sinistra, neanche leggi ma pensieri, idee sembrano ormai datate di trent'anni. Berlinguer, qualche anziano sindacalista, lo sguardo fiero di Pertini e poi tutto si è spento. Eppure il nostro è un paese che è entrato nel baratro economico, sociale, politico ma soprattutto etico per mancanza di un'adeguata politica sociale, accecati da promesse di ricchezza facile e opulenza da ostentare perdendo di vista prima i ceti deboli, poi quelli piccoli fino a quelli medi. Non un euro per la cultura, l'arte, l'istruzione anzi solo tagli, roba superflua. E noi a picco, sempre più ignoranti e mai concorrenziali col resto del mondo sviluppato. Orfani di ideali più che di uomini. Berlusconi ha fatto il resto. E adesso resta da svolgere il lavoro sporco, quello che nessun politico ha avuto il coraggio di portare avanti. Con l'appoggio persino di quello che resta di sinistra in questo parlamento. Strani tempi questi. E se per rilanciare il paese bastasse un semplice programma di governo che riparta da noi, dalla distribuzione delle ricchezze, da stipendi più decorosi, da politiche sociali reali? Utopie viste dai salotti dei banchieri. Ma non vi preoccupate, io sono fra quelli che quando vede Benigni che tiene in braccio Berlinguer, mi commuovo. Altri tempi.

sabato 19 novembre 2011

il museo dei naufraghi

Pubblichiamo uno splendido articolo di Claudio Fava, su una tragedia unama senza fine, per immaginare o sognare una nuova politica dell'accoglienza nel nostro Mediterraneo.

Tra i furti di memoria ci sono la vita e la morte dei quindicimila immigrati (probabilmente molti di più…) precipitati in fondo al Mediterraneo in questi anni di traversate a nuoto, di barche di cartapesta, di schiavisti e di becchini. Viaggi in mare che hanno spesso ridotto le speranze in disperazione trasformando quel braccio d’acqua che separa la Sicilia dall’Africa nella più grande fossa comune a cielo aperto.
Quindicimila – ma la cifra, ripetiamo, è abbozzata per difetto – vissuti e crepati senza lasciare traccia. Adesso un primo segno di quelle storie si potrà ritrovare a Genova, al Galata Museo del Mare che ospita da ieri la mostra “Memoria e migrazioni”, il racconto dell’immigrazione italiana sui bastimenti (ventinove milioni d’italiani che presero la via delle Americhe) e di quella straniera, cominciata nell’estate di molti anni fa con l’arrivo di ventimila albanesi nel porto di Bari, stipati come chiodi su un mercantile arrugginito, e tutti accolti a casa nostra, in una reazione d’umanità e di buon senso di cui s’è persa ormai ogni memoria.
Dal 1994 a oggi si calcola che siano arrivati in Italia, su canotti e barconi, almeno 350 mila persone. Di questo esodo da decine di paesi d’Africa e d’Asia fino a ieri non restava traccia né notizia: partiti, annegati, sbarcati, espulsi, accolti… comunque sia andata, sono tutti destini smarriti. Destini che l’esposizione di Genova tenta di ricostruire, recuperando e mostrando certi dettagli materiali, come la zattera su cui l’11 febbraio scorso sbarcarono a Lampedusa undici poveracci dopo sei giorni di navigazione delle coste della Libia. La prefettura di Agrigento, con zelo burocratico, voleva rottamarla: adesso è nel museo del mare e racconta, come solo i relitti sanno fare, cosa furono quei giorni, quanta tenacia e quanto dolore contennero.
La mostra di Genova prova a rimediare a un furto di memoria che, negli anni, è diventato un furto di identità. Ancora adesso in Tunisia, in Marocco, in Libia ci sono migliaia di famiglie che non hanno mai ricevuto notizia dalla loro gente partita per l’Italia: non sanno se siano mai arrivati vivi e poi si siano smarriti in quella nuova vita, se siamo morti in mare, se si siano semplicemente dimenticati di far sapere di loro. Non esiste un’anagrafe dei morti, dei dispersi, dei caduti in mare. Nessuno ha pensato di recuperare e conservare nomi e volti di quelle donne, di quei padri, di quei bambini, tutti militi ignoti, scomparsi senza nemmeno concedere la consolazione del lutto alle loro famiglie.
Certo, non saranno alcuni relitti o alcune foto a restituirci per intero questa memoria. Ma almeno ci dicono quanta violenza ci sia in quella parola, clandestini, che doveva indicare solo uno status giuridico ed ha finito per raccontare il modo silenzioso, clandestino, con cui i migranti hanno attraversato la soglia tra la vita e la morte, risparmiandoci perfino il turbamento che quei quindicimila corpi umani avrebbero preteso da noi.
Non so quanto durerà il governo del professor Monti, e nemmeno se nel profilo tecnico e istituzionale che s’è dato ci sarà posto per qualcosa in più d’una correzione ai conti dello Stato. La settimana scorsa ricordavamo il debito di verità che l’Italia ha accumulato in questi vent’anni, e che dovrebbe essere un naturale impegno di qualsiasi governo affrontare e risolvere. Ma la verità è parola lieve, troppo astratta per stare nel programma d’un nuovo esecutivo. Invece l’immigrazione, la sorte dovuta alle migliaia di forestieri che cercheranno nell’Italia il diritto a una speranza, la risposta che questo paese darà a ciascuno di loro, tutto questo è un tema più tangibile. Forse il puntiglio con cui il governo Berlusconi-Maroni ha considerato la fuga dalle guerre civili nel Maghreb solo una pratica d’ordine pubblico che andava evasa alla svelta con norme e procedure più punitive, oggi andrebbe corretto. I centri di detenzione in cui sono stati trasformati i vecchi Cpt e la pratica diffusa dei respingimenti collettivi meritano se non una menzione nelle dichiarazioni programmatiche almeno un gesto che ponga rimedio. C’è un buon ministro, Riccardi, che all’ascolto di quei popoli e alla sofferenza di quei luoghi ha dedicato, con la comunità di Sant’Egidio, molti anni del proprio lavoro. Sarebbe bello se andasse a Genova, come primo atto del suo nuovo mestiere, a rendere omaggio a quel relitto su cui hanno attraversato il Mediterraneo.

sabato 12 novembre 2011

se ne è andato

17 anni e tanti, troppi disastri. Un comico, con la sua numerosa claque, che ha trascinato questo paese verso la tragedia. Speriamo che ne sia rimasto il meno possibile intorno, ma ormai un po' di Berlusconi è in tutti noi. Adesso si dovrà ricostruire una nazione, non solo economicamente ma ridare storia, cultura e orgoglio al paese per ripensare una nuova repubblica. Ci vorrà tempo. Tempo e tanto coraggio. Ma la luce in fondo al tunnel adesso s'intravede. Oggi però, non mi va di percorrere quel tunnel, mi basta sapere che lo potrò fare. Assaporo questo nuovo 25 aprile, le macerie le sposteremo da domani.

lunedì 7 novembre 2011

un verso mancante

Si riapre il processo per l'assassinio di Pier Paolo Pasolini. In Italia, accade spesso che la verità e la giustizia abbiano tempi diversi. Arrivano le sentenze ma sono ben lontane dalla verità, nonostante questa sia spesso chiara ed evidente a tutti. Chi ha mai creduto che Pelosi, il bulletto di quartiere mingherlino possa avere massacrato da solo l'atletico poeta? Appunto, nessuno. Ma la verità è stata soffiata via da qualche oscuro suggeritore. Strana coincidenza anche per la strage di via D'amelio si è riaperto il processo, Scarantino poteva essere creduto solo da dilettanti e non dai professionisti dell'antimafia. Ma ci sono voluti decenni per capirlo. Un caso? L'Italia ha una lunga strada di sangue mai chiarita, una strada su cui è stata lastricata questa tremolante democrazia.
Si arriverà alla verità? Forse, ma che giustizia sarebbe dopo quasi un quarantennio? Giustizia e verità in democrazia dovrebbe camminare a braccetto. Appunto, in democrazia.
L'unica certezza è il vuoto intellettuale che la morte di Pasolini ha lasciato nel nostro paese.

sabato 22 ottobre 2011

senza cappuccio

A distanza di una settimana dalla manifestazione di Roma e dalla sua deriva violenta, alcune piccole considerazioni, fuori dalla retorica dilagante di questi giorni, possono essere esplicitate.
Prima, il dilettantismo degli organizzatori e soprattutto dei funzionari delle forze dell'ordine. Video, foto e testimonianze ci dimostrano che i "violenti" hanno avuto tempo per pianificare, organizzare sul campo e mettere in pratica tutta la devastazione perché intorno hanno lasciato fare, dolcemente...
Seconda, il clamore della violenza ha oscurato la manifestazione e le idee che ciascun partecipante sentiva di dover condividere. Così la politica democratica esce sconfitta a vantaggio della vuota scia che lascia la violenza. Se si vuole grossolanamente trovare un legame tra questa violenza e quella del terrorismo degli anni '70, la si può solo riscontrare nello spostamento di attenzione dai problemi sociali, economici e culturali che questi gruppi hanno ottenuto con il loro agire. Loro diventano il centro del dibattito politico mentre le giuste rivendicazioni finiscono schiacciate da questo perverso meccanismo.
Terza, la sinistra ancora una volta resta disorientata dagli eventi, testimone attonito, passando da dichiarazioni che profumano di dittatura giustizialista a inutili buonismi e spesso velate simpatie verso questi ragazzi. Sarebbe opportuno invece che, come suggerisce Vendola, si facesse carico della rabbia sociale di queste persone per costruire una autentica nuova prospettiva di ricostruzione politica e culturale nel nostro paese. La disperazione di chi non ha nulla o di chi non vede un futuro è cieca. E il numero di questo esercito di non vedenti cresce sempre più, fra l'ottusa indifferenza della classe politica che ci governa.
Quarta, la prossima manifestazione potrebbe essere l'ultima. Permanente, senza fine.

domenica 2 ottobre 2011

solite facce

Osservavo questi ultimi mesi di politica italiana e riflettevo: ma con quale faccia si ripresenteranno alle prossime elezioni? Una lunga lista di uomini e donne che nel loro piccolo sono esempi di  stili di politica che dovrebbero scomparire di morte naturale. I comprati, i venduti, i nominati e gli inetti.
Un volto, nessun voto. Ma poi pensavo, non sarà così. Si ricandideranno, ognuno nel loro orticello politico e, come per una inspiegabile alchimia, saranno ancora lì, presenti a timbrare il loro dorato cartellino, con la solita faccia. Come se nulla fosse accaduto. Impresentabili e rieletti.
Ma la faccia che vorrei vedere è quella di chi dentro l'urna avrà il coraggio di eleggerli, con o senza preferenza. La faccia di chi è, nel suo piccolo, responsabile di questo disastro senza fine.

sabato 24 settembre 2011

la parola al popolo

Il prossimo anno si andrà a votare per il nuovo sindaco di Catania, città devastata, mutilata e ritornata prepotentemente in mano all'affarismo e alla mafia, piccola o grande che sia oggi.
La politica dell'immobilismo, del far vedere poco o il meno possibile, ha comportato un arretramento continuo della città e dei suoi cittadini, con buona pace di chi aveva il dovere di scuotere le coscienze e di organizzare una proposta d'opposizione. Tutto tace, persino a pochi mesi dall'inizio della campagna elettorale.
La proposta di questa redazione è semplice. Iniziare a chiedere, sin da adesso, ai cittadini quale programma costruire per il rilancio della città e quale uomo/uomini per portarlo a termine.
Nomi e idee. Cose semplici, complesse per chi da troppo tempo per connivenza, sfiducia o rassegnazione ha fatto un passo indietro, politico ma principalmente di civiltà e di civismo.
Cerchiamo uomini e proposte, con l'aiuto dei nostri lettori, col passaparola. Da proporre e pretendere quando inizieranno a bussare alle nostre porte a chiedere un voto. L'unico che possediamo, quello libero.

giovedì 25 agosto 2011

annuvolamenti

Si sente il bisogno di poesia, di sogni di poeti che avrebbero vissuto con crescente sofferenza questi giorni. Ninetto, Totò e tutta la forza dirompente di una poesia scritta che attraverso il tempo con parole e immagini eterne. E' proprio tempo di poesia.

sabato 30 luglio 2011

il giusto peso


Una lezione senza tempo che dovremmo imparare e insegnare, per tutti quelli che hanno smesso di lottare e per tutti quelli che pensano che siano inutile lottare per cambiare. Per smettere di essere uomini di niente, perché l'indignazione e l'orgoglio non sono delegabili.

venerdì 17 giugno 2011

tutti al mare

Se esiste un canale indipendente e coraggioso in Italia questo è certamente Current Tv, canale 130 del palinsesto Sky. Ma la tv di Murdoch ha preso la decisione di cancellarla dal bouquet informativo per ragioni che non si possono ricondurre né ai profitti né agli ascolti. Quindi, perché? Qualcosa Al Gore l'ha detta, come sempre strane questioni politiche italiane che questo blog non vuole approfondire in questo post ma che fanno da solita cornice ad un paese che viene fatto sprofondare verso una deriva oligarchica e massonica. Ma questa è un'altra storia con cui faremo presto i conti, anche se qualche spiraglio di cambiamento e di partecipazione attiva dei cittadini ultimamente sembra esserci stata. Vedremo. Intanto viene sfilata nel silenzio assoluto questa importante finestra d'informazione. Noi seguiremo l'esito della questione che dovrebbe concludersi il 31 luglio, ultimo giorno previsto di messa in onda del canale. E poi? Continueremo a lottare e denunciare per difendere i nostri diritti costituzionali sempre più violati nell'indifferenza politica e sociale. Stasera Santoro col suo speciale sui 110 anni della Fiom andrà in onda proprio su Current tv, un'altra occasione per voltare pagina, anche se a furia di voltare pagine senza risultati effettivi, si rischia di chiudere il libro senza averlo davvero letto. Se dal primo agosto Current Tv dovesse sparire dalla tv italiana bisognerà spegnere le tv e magari non rinnovare gli abbonamenti a Sky. Ma chi se ne accorgerà in piene vacanze estive? Vedremo di ricordarlo tutti noi. E andare al mare un po' dopo, proprio come ai referendum.

mercoledì 1 giugno 2011

spot referendum sull'acqua

Il SI anche per abrogare la legge sulla privatizzazione della gestione dell'acqua ai privati